Stefano Luciano


 

Febbraio 2018

Tracce

Il passaggio del tempo lascia sempre dietro di se tracce a testimoniare uno stato, un fatto, una condizione; sono indizi che documentano il passato, anche recente, e che Stefano Luciano ricerca e trova in ampi spazi desolati dove è bandita la presenza dell’uomo. In luoghi dimenticati, in edifici vuoti e cadenti, in capannoni deserti – in cui un tempo avevano lavorato numerose persone – Stefano scopre mobili e oggetti abbandonati: un tavolo, un carrello, una vecchia lampada, un macinino, strumenti di lavoro e macchinari da tempo dimessi. Sono tracce che nel silenzio non assoluto, che caratterizza i luoghi disabitati, risuonano ancora dell’eco di rumori e voci lontane, testimonianze fatiscenti che sopravvivono, di giorno, in giorno al lento e rovinoso disfacimento. Attraverso la macchina fotografica Stefano fissa queste immagini, coglie momenti di luce, attimi irripetibili che rimangono nella sua memoria vissuta. Questi reportage visivi vengono poi rielaborati, modificati, adattati alla sua ricerca artistica. Su piani inclinati che suggeriscono una situazione instabile e dinamica, una visione ricca di tensioni emotive, sono posti gli oggetti, resi graficamente e pittoricamente con uno scorcio ad effetto. Questi sembrano scivolare verso lo spettatore, o allontanarsi velocemente dal suo sguardo seguendo sfuggenti linee prospettiche. Un rollio visivo, un moto oscillatorio dello sguardo stimolato da tensioni e controtensioni diagonali. I dipinti, realizzate con tecniche miste ( disegno a penna biro, matite colorate, matite acquerellate, inchiostro di china; pittura acrilica, pittura ad olio su tela e fondi polimaterici) sono volutamente non-finiti; questa scelta può essere definita come una condizione interiore, come una presa di coscienza che ogni immagine può incessantemente svilupparsi, rappresentando solo un frammento dell’esperienza umana, e non può darsi in forma assoluta e definitiva. Agli occhi dell’artista i soggetti partecipano ad un processo dinamico in continuo cambiamento. Nel trittico Silenzi le massicce colonne di un tempio antico si confrontano con lo spazio “sacro” di una cattedrale industriale, cadenzato da colonne di ghisa che creano ritmici allineamenti e scanditi giochi di profondità, governati da esatte prospettive geometriche. Le immagini, attraverso decisi tagli obliqui, si intersecano, ruotano, si sovrappongono, si integrano in una dinamica visione che supera le coodinate spazio temporali. L’opera Semplicemente amare è caratterizzata dalla rappresentazione di una ringhiera metallica che accompagna lo sguardo verso una scala che porta a luoghi oscuri, nascosti alla vista. Le ombre proiettate da una misteriosa fonte di luce tracciano sul pavimento un reticolato di scure linee ed evocano ignote presenze. In L’arroganza del sapere alcuni macchinari, resi con un segno preciso, fossili di un non lontano passato industriale, si presentano come immagini compiute che contrastano con tutto ciò che gli sta attorno meno finito, non-finito, indefinito; un modo per evocare anche il non –detto (dell’artista) e il non-visto (dall’osservatore). Cosi anche nelle opere intitolate Tracce, dove protagonisti assoluti delle composizioni sono mobili e oggetti: la struttura di un tavolo, abbandonata in un ampio capannone, investita da una forte luce diagonale, proietta sul pavimento inclinato un gioco di ombre; un carrello, in una corsa senza freni, sembra precipitare verso lo spettatore; oggetti dimenticati su tavolini, “enormi” giunti meccanici posti sul piano di lavoro, sono immobili e muti testimoni di transitorie presenze.


Giovanni Bianchi

 


- note biografiche


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