Stefano Luciano


 

 

 

22 Gennaio 2011
Incisione e Pittura


Conosco le incisioni di Stefano dagli incontri lungo i corridoi adiacenti agli atelier di incisione dell’Accademia, quando aprendo la cartella che portava a tracolla potevo osservare, sfogliando, le sue ultime realizzazioni: si parlava di resa tecnica, di fattori compositivi ma sapevo che la richiesta era di avere un’opinione sul valore della scelta di questa sua tematica, centrata sui materiali visivi di un’accattivante archeologia industriale. Incisioni di grande formato susseguentisi in una continuità serrata di riferimenti, che portavano chi le osservava, a orientarsi tra i resti polverosi e corrosi della tecnologia di ieri.  Paesaggi  interni - esterni dove l’immagine sfondava sempre nella luce accecante del foglio o nei neri densi e pittorici di misteriose profondità: l’alto e il basso, il punto di vista obliquo e la prospettiva come legge maestra, scorciata ad effetto, forse un ricordo delle carceri di Piranesi. Intermedi agivano, decisi, lunghi e trascinanti fasci di trame di memoria rembrandtiana. Niente figura, nemmeno un cenno, in quei luoghi dove l’uomo era da tempo uscito di scena lasciando, al posto della sua operosità un silenzio sconcertante eppure affascinante per chi come Stefano vi si rechi furtivamente con la tesa curiosità di un ghostbuster: macchina fotografica pronta a catturare un attimo particolare di luce, qualche brusio immaginario. Impossibile disegnare in quel luogo e in quel momento perché i sensi si confondono: si arriva ad ascoltare con gli occhi e a vedere con l’organo dell’udito. Possibile solamente la cattura rapida tramite la protesi ottico - meccanica del fotoapàrat e subito, come in “blow-up”, a cercare, nell’altro spazio chiuso dell’atelier, con lo scandaglio dell’occhio fisico ritornato dominante, ciò che quello ha captato e a questo è sfuggito. Alla fine viene da chiedersi: cosa va cercando Stefano in questi luoghi ormai privi di cittadinanza, circondati da un incombente, pressante, mondo nuovo di alluminio e cristallo? Non materiali stimolanti per una composizione segnica astratta, musicale e nemmeno per  un reportage oggettivo, precisionista o  poetico, suscettibile di una facile elegia suggerita dai luoghi negletti. Cosa lo spinge, oltre ad una prevedibile attrazione per l’extratemporalità o per un contemporaneo  senso di  traslazione del sacro? La risposta mi è sembrato trovarla nei suoi titoli: i quali mi erano a prima vista apparsi ricercati, letterari ed estranei alla forma rappresentata, mentre mi sfuggiva la loro natura “smascherante” di indizi rivelatori che quell’arsenale di forme artificiali, meccaniche, abbandonate, poteva rimandare, sempre come nelle carceri piranesiane, oppure surrealisticamente, alla realtà analogica dove presenze e assenze subitamente irrelate nello spazio del mondo immaginativo, si fanno veicolo di qualcosa di tanto efficace quanto inesplicabile, capace da sempre di affascinare un artista con la sua utopia di anticipare la scienza e comunque in ognuno di noi presente nell’ambigua realtà del mondo onirico. La funzione sempiterna di uno rispecchiamento, proiettivo unito al magico fascino della sua inesprimibile significazione (ancora Piranesi). Riguardo a ciò, azzarderei un’ultima osservazione venutami spontanea. Perseguire la resa dei contenuti analogici richiede una “trance”, un abbandono dell’opzione troppo volontaria, nel cui quadro il ricorso, goloso e sapiente, alla preziosità e ricchezza della strumentazione disponibile, potrebbe rappresentare un ostacolo alle istanze della mobilità interiore. “La scrittura dell’ombra” similmente a  quella letteraria, trova, nel suo divenire rapida, fluida, invasata da vera mània e quasi automatica la sola condizione in grado di contribuire a disvelare  sotto l’apparenza dei dati bruti, referenziali, ciò che chiamiamo, per convenzione, la voce dell’anima, con tutto il suo particolare eco in grado di investire chi si trova ad essere veicolo del materiale di lettura. Opinione personale dedotta dalla lettura e curatela di una piccola tesi centrata sulla storia dell’incisione dove Stefano analizzava ogni tipo ed effetto delle strumentazioni incisorie del presente e del passato: studio tanto accurato ed esteso,  direi orgoglioso di questa misconosciuta ricchezza, tale  da farmi intravedere, già all’origine del nostro incontro, la lucida e genuina qualità del suo impegno.

Gianfranco Quaresimin

note biografiche


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